Tag Archives: Allen Ginsberg

Allen Ginsberg su Bob Dylan

18 Nov

 

“Si può fare arte con un Juke-box? Bene, Dylan ha dimostrato che è
possibile” (Allen Ginsberg, 1968)

Il metodo di lavoro di Allen Ginsberg

7 Lug

In molti casi il metodo di lavoro di Allen Ginsberg era quello di utilizzare parti del suo diario per scrivere poesie in un secondo momento. Erano frammenti in prosa da trasformare in seguito in poesie. “Registrava i particolari, i dettagli, via via che li notava: una forma letteraria poteva benissimo essere data in un secondo momento”, da ” Bill, Morgan, Io celebro me stesso, la vita quasi privata di Allen Ginsberg, pag. 349.

L’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente

13 Dic

Nella letteratura italiana  c’è l’impero della tradizione. Molti pensano che nella poesia non si siano fatti passi avanti dopo Dante e Petrarca. Secondo loro il poeta è colui che lima i suoi versi, cioè li abbellisce. Questo avviene perché in Italia non si sa improvvisare. Si pensa che in poesia improvvisare non si possa fare. Magari in teatro sì, in poesia no. Quelli che pensano così non sanno che l’improvvisazione poetica è uno stile, fa parte di un canone un bel pò successivo a Dante e Petrarca. Fu inaugurato da Jack Kerouac e Allen Ginsberg negli USA a partire dalla metà degli anni ’40. Jack per primo capì che l’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. E’ il ritmo della mente. Sì, perché l’unione di cuore e pensiero ( la cosiddetta ispirazione ) produce in poesia ( ma anche in prosa ) un ritmo determinato, un andamento molto determinato ma spontaneo, che in qualto tale non si può correggere. Oppure lo si può fare in minima misura e non per abbellire, confezionare meglio il prodotto.

Mie riflessioni su “Stavolta veloce: Jack Kerouac e la composizione di Sulla Strada”, di Howard Cunnell

4 Gen

La mia passione per Jack Kerouac si è rafforzata ed è diventata ancor più consapevolezza della sua genialità, leggendo il saggio di Howard Cunnell, “Stavolta veloce: Jack Kerouac e la composizione di Sulla Strada” che appare come introduzione in Jack Kerouac/On the road – il rotolo del 1951. Il questo saggio Howard Cunnell dice una cosa importantissima: ” Assai più che una guida per hipsters Sulla strada è una ricerca spirituale”. Ecco la differenza tra chi Kerouac lo ha capito davvero e chi è rimasto sulla superficie della semplice retorica del viaggio. E Cunnell aggiunge: “Sono gli anni in cui Kerouac si trasforma da giovane romanziere promettente nel più grande scrittore sperimentale della sua generazione…On the road è il fiore di campo da cui crescerà il giardino magico di Visione di Cody”.
A volte mi domando perché Kerouac sia così poco compreso e quindi poco apprezzato in Italia. Forse perché da noi si confonde spiritualità con religione? Oppure si pensa che chi è alla ricerca spirituale del senso della vita debba essere per forza una persona moralmente “retta”, cioè conforme alla comune e convenzionale morale? Forse è questa la ragione. Eppure Kerouac lo era convenzionale, nel senso dell’avere dei valori morali,era attaccato alla famiglia, amava il suo paese, apparteneva ad una religione ( cattolica, con un intermezzo buddista ). Ma questi aspetti in Italia non vengono presi in esame a favore di quelli più apparentemente trasgressivi, e quindi più appetibili da parte del pubblico. Invece Cunnell in questo saggio ribadisce più volte quanto i viaggi raccontati in On the road, siano da una parte viaggi spirituali, e dall’altra il racconto di un’amicizia. Amicizia tra due uomini, Jack Kerouac stesso e Neal Cassady. Un’amicizia così forte da scriverci sopra due romanzi e ritornarne a parlare in altri non specificatamente dedicati a Neal.
In questo saggio di Howard Cunnell a questo proposito viene sottolineato il debito di Kerouac nei suoi confronti, perché Kerouac imparò a scrivere come solo lui seppe fare, proprio da Neal, nella sua famosa “Joan letter”, ritrovata recentemente in una scatola dimenticata di una casa editrice che non esiste più. E anche su questo ritrovamento sarebbe bello scrivere qualcosa, forse un racconto, forse una poesia o un vero e proprio poema. Una lettera questa senza la quale non ci sarebbe stata l’invenzione di uno stile e che stile. Una lettera che per caso ( così si era sempre saputo prima del suo ritrovamento) cadde nelle acque di Sausalito e che invece viene retrovata sessant’anni dopo in una vecchia scatola di documenti dimenticati e che sarà il costoso trofeo di un qualche collezionista.
Nel saggio di Cunnell a proposito della Joan letter e dell’entusiasmo che suscitò sia in Kerouac che in Ginsberg, viene citato un brano di una lettera scritta da Cassady a quest’ultimo nel 1951: ” Il folle polverone che voi due ragazzi avete sollevato sulla mia Grande Lettera mi manda in sollucchero, ma sappiamo tutti che io sono soltanto un soffio e un sogno”. Che meraviglioso, poetico e preciso modo di definire se stesso: io sono soltanto un soffio ( respiro) e un sogno (illusione).
“Voi due ragazzi”, Kerouac e Ginsberg + Cassady: una storia letteraria sì, ma anche una grande storia d’amore. Stavo per scrivere, autocensurandomi, di amicizia, ma fu proprio amore. Carnale o non carnale non ga nessuna importanza. E’ che loro tre si amavano, e si ammiravano e si stimavano. E quando il primo a morire fu Neal Cassady gli altri due ne rimasero scioccati e increduli. Come se avessero loro annunciato la morte di un mito. Perché i miti in quanto tali non nascono e non muoiono, ma vivono in eterno.
Il saggio di Cunnell si sofferma a lungo sullo stile della prosa spontanea che Kerouac trovò nella Joan letter e sull’uso che ne fece nelle sue opere. Quella lettera gli regalò una voce interiore che racconta spontaneamente la sua storia, le sue storie e quelle di Neal. Questo stile è tutt’uno con la velocità di scrittura di Kerouac alla macchina da scrivere. ( e anche qui mi viene in mente che deve esserci una differenza in ciò che si scrive a seconda se si fa utilizzando una macchina da scrivere o un computer, senza contare la differenza che c’è tra le due modalità e lo scrivere a mano, e anche qui se ne potrebbe fare un racconto, una poesia, un poema…). Anche se Kerouac era bravo a battere sui tasti, era così veloce nel farlo da compiere degli errori, ma questi spesso non venivano corretti ma trasformati in altre possibili soluzioni di scrittura. E nel fare questo “si divertiva un mondo”, dice Cunnell citando Philip Whalen. Sui tasti di quella macchina da scrivere nacque quello che nel saggio viene definito, citando Ginsberg, ” il discorso di cuore” di Kerouac. E aggiunge: ” Gli interrogativi che si pone sono hli stessi che ci tengono svegli la notte e scandiscono i nostri giorni. Che cos’è la vita? Cosa significa essere vivi mentre la morte, lo straniero velato, è alle nostre calcagne? Dio ci mostrerà mai il suo volto? Potrà la gioia togliere di mezzo le tenebre? Una ricerca interiore, crto. Ma le lezioni della strada, l’imprevedibile magia della terra americana descritta come un poema, servono ad illuminare e ampliare il viaggio spirituale. Kerouac scrive per essere compreso; la strada è la traiettoria della vita e la vita è una strada”.
L’ultima parte di questo saggio è dedicata alle varie stesure e revisioni di Sulla strada e alle sue fortune e sfortune editoriali. Il primo aspetto ha lo scopo di documentare quanto falsa sia la leggenda che vuole che Sulla strada sia stata scritta di getto in poche settimane, quando invece fu preceduta da anni di appunti, scritture di capitoli e di trame via via cambiate fino al “rotolo del 1951″, il secondo ci mostra quanto fosse difficile allora come oggi emergere nel mondo editoriale per uno scrittore sconosciuto e volutamente marginale e rivoluzionario nello stile come Kerouac.

Grazie Howard Cunnell per la meticolosità di questo saggio e per la passione che traspare da ogni riga e parola.

 

Il potenziale delle cose

2 Dic

Il potenziale delle cose non sono le cose
il potenziale delle cose
è farle lievitare
una storia
più storie
un personaggio appena pensato
sentito nel cuore
nella pancia –
un personaggio
come fosse una persona vera –
quasi tutte le persone vere
che mi interessano sono morte –
parlo di letteratura
naturalmente –
ma in fin dei conti anche di vita
non farsi condizionare
ad esempio
saper/voler essere anticonvenzionali
ci sono modelli
esempi
per me sono Kerouac e Ginsberg
e il loro maestro non scrittore
Neal Cassady

Ritrovata la lettera che ispirò On the road di Kerouac

24 Nov

È stata ritrovata e sarà messa all’asta la lettera “madre” della beat Generation.18 pagine all’anfetamina scritte nel 1950 da Neal Cassady all’amico Jack Kerouac, che dopo averla ricevuta cestinò la prima bozza di On the Road e in 3 settimane di scrittura rielaborò il romanzo. La lettera, disse Kerouac, era andata persa dall’amico Allen Ginsberg, il quale l’aveva consegnata a Gert Stern, che all’epoca viveva su una chiatta del North Carolina e l’aveva fatta cadere in acqua. Ma in realtà Ginsberg l’aveva spedita alla Golden Goose Press di San Francisco dove non era mai stata aperta. Alla chiusura della casa editrice stava per essere buttata, ma un editore musicale che condivideva l’ufficio ha rilevato tutte le carte. Alla sua morte la lettera è stata ritrovata in fondo a un cassetto
da http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ritrovata-lettera-cha-ispirato-on-the-road-di-Kerouac-61590627-b162-428f-8d16-3cd5f9e520d2.html

Qualche riflession su Kaddish di Allen Ginsberg

5 Ott

Una cosa che ha saputo fare Allen Ginsberg è tenere insieme le sue varie anime. Quella ebraica, quella buddista, quella omosessuale, quella beat, quella ambiziosa, quella generosa. Tanto per dirne alcune. Non è una cosa facile. Molti ci perdono la testa. Si perdono. Ginsberg invece ci è riuscito. Come? Accettando le contraddizioni della vita, della sua vita. E rimanendo per tutta la sua esistenza un ricercatore spirituale, prima, molto prima che un poeta. Ma le due cose in lui, come in tutta la letteratura beat, non sono scindibili. Ed è per questo che in Italia gli scrittori beat non sono sempre compresi. Perché senza la loro ricerca spirituale non c’è la loro letteratura. Perché Snyder e Koller scrivano di coyote e falchi, ad esempio, non si capisce senza la loro storia spirituale.
Kaddish rientra in questa capacità di Ginsberg di tenere dentro di sé tutta la gamma delle sue identità. Ma nonostante questo solo tre anni dopo la morte di sua madre egli riuscì a prendere in mano il suo dolore e scriverlo.
Per buona parte della sua vita Noemi Ginsberg è vissuta in un ospedale psichiatrico, preda di una pazzia senza requie e senza rimedio. Ginsberg non si perdonava di averla far chiudere in un ospedale e quando lei morì era affranto da pesanti sensi di colpa. Ecco perché ha dovuto aspettare di far pace con se stesso per poter scrivere della morte di Naomi. Kaddish è il nome di un canto ebraico che si recita nei riti funebri. E il poema di Ginsberg è in effetti il rito funebre di un figlio per la madre. Un rito, non una preghiera, leggendolo si ha la netta sensazione che scrivere questo poema è stato officiare da parte di Ginsberg un lungo rito funebre pieno di parole. Le parole di questo rito-poema, compongono una storia, una biografia, quella di Naomi Ginsberg.
Nella prima parte Ginsberg parte da se stesso, da come si sente dopo aver scritto questo poema. “Una foglia vizza all’alba” in un cielo “ che è un vecchio posto blu”. Ma subito dopo comincia la storia vera e propria della follia di Naomi che lui a soli 12 anni accompagna in una casa di cura. Per Naomi comincia la lunga serie di ricoveri e ritorni a casa. “ Non avere paura di me”, dice un giorno ad Allen, “solo perché torno a casa dal manicomio”. Lei pensava di avere fili nella testa e tre lunghi bastoni nella schiena, e per tutta la sua vita fu convinta che tutti fossero spie di Hitler, anche i suoi figli, anche suo marito. La parte centrale del poema è dunque tutta dedicata alla storia della pazzia di Naomi, ha il tono del dramma, il dramma di una malattia che sconvolge la vita a chi la subisce e a chi gli sta intorno. L’ultima parte invece è un vero e proprio grido di dolore. Il rimpianto dei suoi occhi, ad esempio: “coi tuoi occhi di Russia…/ coi tuoi occhi pieni di fiori”

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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Reading of Matt. Grunge Poems.

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