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Il rifugio, ovvero come capita di non conoscersi

18 Dic

Chi gestisce alberghi di montagna, rifugi o agriturismi si aspetta che si riempiano durante i giorni di festa. Ma non succede sempre. Una volta mi è capitato di andare in un albergo di montagna per l’ultimo dell’anno. Una grande tavola della sala da pranzo era piena di ogni ben di Dio. Ma gli avventori siamo rimasti per tutta la sera solo in due. Pare non sia una situazione così rara. C’è un rifugio sull’Appennino dove per alcuni anni gli unici avventori per il Natale sono state tre persone. Una giovane mamma e il suo bambino cenavano in un angolo, e un ragazzo che andava lì da solo in un altro. Si salutavano, ma per tre anni non hanno mai fatto amicizia. Ognuno andava a camminare o a sciare per conto proprio. Poi si ritrovavano a cena ognuno al proprio tavolo. Né alla giovane mamma né al ragazzo è mai venuto in mente in quei tre anni che ne so di dire ceniamo insieme? Non è mai capitato. Furono gli unici a frequentare quel rifugio per tre anni il 24 e il 25 Dicembre. La gente affollava quel luogo solo per Santo Stefano.
Poi successe qualcosa. Il quarto anno la giovane donna e il bambino non andarono come ogni vigilia di Natale al rifugio sull’Appennino. Erano entrambi influenzati e così annullarono la prenotazione. Il ragazzo fu quindi l’unico avventore durante il 24 e il 25 Dicembre. Poi se ne andò a sciare con alcuni amici in Trentino. E lì si mise a pensare, non sapeva neanche lui perché, a quella giovane donna che non aveva incontrato come ogni anno al rifugio sull’Appennino. La cosa, non sapeva neanche lui perché, l’inquietò. Cominciò a ruminarci sopra e a starci un po’ anche male. Lo prese una specie di ansia di sapere.Telefonò al proprietario del rifugio sull’Appennino e si fece dare il numero di telefono della giovane donna. La chiamò, le chiese come stava e chiacchierando con lei scoprì che vivevano nella stessa città. Cominciarono a uscire, si capirono, avevano entrambi la passione per la montagna, ma soprattutto si capirono e capendosi si scelsero.

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Disappointed by society young people are fleeing to the wilderness

13 Apr

Quello che mi piace di questo breve filmato è che si ripete e si ripete e non ti fa vedere dove arriva questo ragazzo e da dove scappa e perché. E’ questo il suo fascino, che lo guardi, lo guardi questo ragazzo che ripete all’infinito il suo correre fuggitivo e anche se sai che la storia non prosegue ma solo si ripete, perché questo deve essere stato il volere di chi ha creato il filmato, ti aspetti lo stesso che continui perché ti piacciono gli inizi e le fini e le storie lasciate a metà come questa non ti piacciono. Ma che vuoi vedere dunque la casetta nel bosco dove lui arriva dopo aver tanto corso? O la donna da cui scappa perché lo vuole imbrigliare, legare, magari sposare? O vuoi vedere che arriva al dirupo e ci si butta dentro? Finiscila tu la storia…ma la storia vera è questa. E’ tutta lì. E’ l’uomo che corre. La storia è questa.

Il Gioco dell’etere

9 Apr

Quando tutte le guerre furono perse, quando tutto il petrolio finì, quando tutti i computer si ruppero, quando tutte le automobili si fermarono e così gli aerei, autobus e treni, insomma quando tutto lo sviluppo non sostenibile e sostenibile finì, cominciò un’epoca tutta azzurra di cieli e tutta d’oro di spighe. Quando tutto il potere della materia ebbe finito di attrarre gli uomini, poté finalmente sprigionarsi l’altro potere, il potere dello spirito. La popolazione mondiale era stata decimata dalle ultime guerre mondiali e alcune parti della terra erano state abbandonate dalla popolazione in cerca di condizioni di vita migliori. L’Europa continuava ad essere meta di tutti costoro. Ma li accoglieva volentieri essendo ormai la popolazione europea ridotta a pochi individui.
Fu strano e piacevole cambiare così radicalmente le proprie condizioni di vita; quelli che già abitavano nelle campagne continuarono più o meno la stessa vita, solo che ora nessuno si spostava più da dove viveva. Nessuno doveva più andare in città a lavorare. Il lavoro, come lo si era inteso prima dell’ultima guerra mondiale, non esisteva più. Tutti quelli che abitavano in campagna, anche se non erano mai stati contadini, cominciarono dunque a lavorare la terra; dove esistevano grandi proprietà queste ultime furono divise in lotti e dati a chiunque ne facesse richiesta. Così molti dalle città si incamminarono verso la campagna portando mobili e masserie su carri di fortuna trainati da cavalli o dalle persone stesse.Fu un esodo faticoso e le città si spopolarono. Chi vi era rimasto cominciò a coltivare nei grandi parchi pubblici o nei giardini delle ville abbandonate. Fu una grande ma entusiasmante riorganizzazione mondiale della vita umana sulla terra. Una grande e meravigliosa semplificazione.
Tutti gli allevamenti di animali furono chiusi. mucche,vitelli,maiali,tacchini,polli, ecc…furono distribuiti a chiunque ne facesse richiesta. In pochi anni ogni famiglia fu in grado di provvedere a se stessa. Si ritornò all’economia di sussistenza e questa fu la cosa più bella. Tutti ne erano entusiasti. Le organizzazioni statali, regionali, comunali non furono più ricostituite; la gente ne aveva abbastanza delle conseguenze nefaste di tutte queste strutture. Semplicemente si tornò alla famiglia e al buon vicinato.
Furono installati piccoli ospedali locali e ognuno era provvisto di un piccolo laboratorio chimico per la produzione di medicinali di cui si aveva più bisogno. Ma in realtà erano poche le malattie di cui soffrivano le persone: calarono drasticamente tutte le malattie di cui avevano sofferto finora le popolazioni. Si moriva principalmente di vecchiaia. Non esistendo più i brevetti sui medicinali, medici, chimici e tutto il personale specializzato presente nelle varie parti abitate sulla terra, si occupavano di produrre i medicinali utili alla popolazione. Piccole scuole e università annesse agli ospedali provvedevano alla trasmissione di queste conoscenze tecniche e scientifiche alle nuove generazioni.
Le città tornarono silenziose e la gente si accorse di avere a disposizione il cielo, l’aria fresca del mattino e la nostalgia struggente dei tramonti. Fu una rinascita. Alcune delle religioni che erano progredite durante i secoli dell’avidità e dello spreco decaddero, altre sparirono del tutto, anche grazie al fatto che ora era facile ottenere in breve tempo la pace e la felicità interiore.
Sembrava proprio che l’umanità avesse ritrovato se stessa.
Sempre più persone si davano alla vita contemplativa; edifici che un tempo erano stati fabbriche, uffici, palazzi regionali, provinciali, comunali, furono del tutto, o solo in parte, trasformati in confortevoli ma spogli monasteri, sale di lettura, meditazione e preghiera. Ognuno sceglieva di vivere la spiritualità secondo le proprie forze e disposizioni personali. Coloro che si dedicavano del tutto alle varie pratiche meditative ottennero a migliaia la “ Conoscenza Soprannaturale”. In particolare cominciarono a diffondersi tecniche e pratiche magiche antichissime e nacquero un po’ ovunque gruppi di praticanti guidati da vecchi insegnanti; ci si applicò soprattutto al volo. Studiando per molti anni sotto la loro guida molti praticanti divennero a loro volta maestri. Nei millenni precedenti questa pratica magica era stata segreta e limitata ad alcuni individui straordinari. Ora invece si diffuse ad un gran numero di persone. Una volta all’anno i praticanti del volo più avanzati, avrebbero volato in pubblico all’interno di una grande cerimonia cittadina. Questa cerimonia ci è stata tramandata con il nome del Gioco dell’etere. Ogni anno nelle città della terra, popolata ormai da pochi milioni di individui, in cui si praticava l’arte magica del volo umano, si radunava un gran numero di persone. Il centro della piazza cittadina era occupato da decine di praticanti del gioco dell’etere. Intorno c’era il popolo in attesa. In un silenzio totale solo l’abbaiare di qualche cane e il tubare di qualche piccione. Nelle abitazioni delle strade vicine si interrompeva ogni attività e occupazione. La cerimonia avveniva sempre in un giorno di maggio alle sei del mattino. I praticanti del volo al centro della piazza alzavano le braccia e guardavano intensamente il grande quadrato azzurro del cielo. Poi il gioco aveva inizio: a due, a tre, a cinque o sei alla volta o anche da soli, cominciavano a lasciare il selciato lastricato del centro della piazza e chi più velocemente e chi più lentamente, prendevano il volo. Chi in linea retta e chi in diagonale si alzavano verso il cielo. Poi cominciavano tutti insieme a ruotare come fossero un’immensa rosa del cielo e sorridevano e guardavano in giù verso tutta l’altra gente che ricambiava i sorrisi con il viso rivolto al cielo e alla fresca aria mattutina. Poi qualcuno da quella rosa di corpi volanti intonava un canto in una lingua inventata da lui in quel momento. E tutti, sia quelli a terra che quelli che giravano in alto si univano a lui. Infine lentamente tornavano a terra e così anche per quell’anno aveva fine il Gioco dell’etere.

di Dianella Bardelli

Prendere cappello

22 Nov

Da giovane prendevo subito cappello. Quante fregature per questo, gente che mi piaceva che non mi cercava più, amori finiti perché dopo un po’ di questo modo di fare mi mollavano. A volte rimpiango questo modo di fare. Ero sincera, immediata, ma impulsiva, mi guidava la rabbia o il fastidio. Bastava una parola fuori posto, un tono ironico o peggio sarcastico che prendevo e me ne andavo.
Mi ricordo una di queste volte. Ero una ragazzina, 14,15 anni. Un viaggio di ragazzi e ragazze in pullman con un professore che li organizzava d’estate. Eravamo in Corsica, ad Ajaccio in un campeggio. Dormivamo in alcuni bungalows, la sera stavamo fuori sul prato in gruppi a chiacchierare. Io lì avevo un’amica del cuore, rimasta tale per alcuni anni, poi le nostre strade si sono spontaneamente divise. Qualcuno quella sera mi criticò, non ricordo a che proposito, non eravamo d’accordo su qualcosa. Mi alzai e me ne andai. “A culo ritto”, come si usa dire. Mi ricordo proprio che eravamo in circolo e io mi alzai e me ne andai dicendo vaffanculo. Mi avviai a passo svelto verso il mio bungalow dicendo dentro me stessa: fa che mi richiamino, fa che mi richiamino…Ma sentii la mia amica dire: quando fa così è meglio lasciarla stare. Non era vero! Sempre quando ho fatto così nella vita, sempre quando ho preso cappello ho desiderato che mi richiamassero, mi inseguissero, mi venissero a cercare di nuovo. Non è mai accaduto. Dovevo essere sempre io quella che cercava di riaggiustare le cose, recuperare il rapporto. Assumermi tutte le responsabilità. Poi ho capito che così si perdono le persone, le opportunità, tutti i rapporto utili e inutili. Ho capito che è meglio soprassedere, essere diplomatici, ingoiare anche i rospi.

Paolo Ferrucci

Analyst and Writer

libroguerriero

se non brucia un po'... che libro è?

Traduco Canzoni.

Portiamo parole straniere ad orecchie italiane. Un album per ogni post. Qualsiasi genere, anche quelli che non vi piacciono. Tradotti bene eh, mica con Google Translate. Per cercarle c'è un bel link là sopra, che qua non mi fa mettere una ceppa.

Antonio Russo De Vivo

Editor & Consulente editoriale.

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