Archive | ottobre, 2013

La vacuità

31 Ott

La vacuità
è un campo di granturco
tagliato
in un tramonto d’estate
arancione e luminoso –
la vacuità
sono case sparse
bombardate o in costruzione –
la vacuità
è una casa in stile tibetano
in una grande pianura
dove qualcosa è finito
e qualcosa non è ancora cominciato

Qualche riflessione su Kaddish di Allen Ginsberg

25 Ott

Una cosa che ha saputo fare Allen Ginsberg è tenere insieme le sue varie anime. Quella ebraica, quella buddista, quella omosessuale, quella beat, quella ambiziosa, quella generosa. Tanto per dirne alcune. Non è una cosa facile. Molti ci perdono la testa. Si perdono. Ginsberg invece ci è riuscito. Come? Accettando le contraddizioni della vita, della sua vita. E rimanendo per tutta la sua esistenza un ricercatore spirituale, prima, molto prima che un poeta. Ma le due cose in lui, come in tutta la letteratura beat, non sono scindibili. Ed è per questo che in Italia gli scrittori beat non sono sempre compresi. Perché senza la loro ricerca spirituale non c’è la loro letteratura. Perché Snyder e Koller scrivano di coyote e falchi, ad esempio, non si capisce senza la loro storia spirituale.
Kaddish rientra in questa capacità di Ginsberg di tenere dentro di sé tutta la gamma delle sue identità. Ma nonostante questo solo tre anni dopo la morte di sua madre egli riuscì a prendere in mano il suo dolore e scriverlo.
Per buona parte della sua vita Noemi Ginsberg è vissuta in un ospedale psichiatrico, preda di una pazzia senza requie e senza rimedio. Ginsberg non si perdonava di averla far chiudere in un ospedale e quando lei morì era affranto da pesanti sensi di colpa. Ecco perché ha dovuto aspettare di far pace con se stesso per poter scrivere della morte di Naomi. Kaddish è il nome di un canto ebraico che si recita nei riti funebri. E il poema di Ginsberg è in effetti il rito funebre di un figlio per la madre. Un rito, non una preghiera, leggendolo si ha la netta sensazione che scrivere questo poema è stato officiare da parte di Ginsberg un lungo rito funebre pieno di parole. Le parole di questo rito-poema, compongono una storia, una biografia, quella di Naomi Ginsberg.
Nella prima parte Ginsberg parte da se stesso, da come si sente dopo aver scritto questo poema. “Una foglia vizza all’alba” in un cielo “ che è un vecchio posto blu”. Ma subito dopo comincia la storia vera e propria della follia di Naomi che lui a soli 12 anni accompagna in una casa di cura. Per Naomi comincia la lunga serie di ricoveri e ritorni a casa. “ Non avere paura di me”, dice un giorno ad Allen, “solo perché torno a casa dal manicomio”. Lei pensava di avere fili nella testa e tre lunghi bastoni nella schiena, e per tutta la sua vita fu convinta che tutti fossero spie di Hitler, anche i suoi figli, anche suo marito. La parte centrale del poema è dunque tutta dedicata alla storia della pazzia di Naomi, ha il tono del dramma, il dramma di una malattia che sconvolge la vita a chi la subisce e a chi gli sta intorno. L’ultima parte invece è un vero e proprio grido di dolore. Il rimpianto dei suoi occhi, ad esempio: “coi tuoi occhi di Russia…/ coi tuoi occhi pieni di fiori”

 

Andando in bicicletta: il mutamento

24 Ott

Andando in bicicletta
nella nebbia schiarita del mattino
un airone bianco
grande, mi vede fugge
gracchia
avverte gli altri –
e poi ondine, tante
una di seguito all’altra
nel canale
cerchi
anche
nessuna emozione? –
devo chiedere a Rinpoche:
ma ad eliminare le emozioni
non si diventa anaffettivi? –
e mi domando
anche come chiederglielo
come si dice in inglese “anaffettivo”? –
poi l’intuizione che ora
non è la bellezza della natura
che mi prende e mi sorprende
e mi commuove
ora è il mutamento,
quel che cambia e diventa altro
o cessa di essere
e si trasforma –
nel cuore e intorno
una luce nuova
e una speranza –
ma forse è solo il sole
che si fa strada oltre la nebbia –
però ora lo strame di foglie
secche e bagnate
torna ad essere bello

Mi ricordo quando c’era la bellezza

21 Ott

Mi ricordo
quando c’era la bellezza –
ma anche no

senza motivazione per scrivere
per guardare allo scopo di scrivere
per camminare allo scopo di scrivere
per pensare allo scopo di scrivere –
non ce n’è più

l’autunno
non mi commuove
già visto
già guardato
già scritto

allora faccio come Monet
circostrivo lo sguardo –
una cosa sola
è tutto il mondo

 

Mi è triste il tramonto

19 Ott

Mi è triste il tramonto
e non mi va neanche
di descriverlo –
qualcosa
nel mondo
si ripete

Meditazione

14 Ott

Fatti ed emozioni
non esistono in assoluto
ma fanno soffrire lo stesso –
i pensieri persistono
come le nuvole
che non vogliono abbandonare
il mio cielo di mare –
il film dei miei pensieri
e visioni
e persone
e progetti
è così bello

che la mente non lo lascia andare
star lì con quello che c’è
è così difficile

I capelli rasta

6 Ott

Capelli rasta
belli, lunghi, neri
viso di ragazzo-bimbo
cubano, colombiano
comunque latino –
ma ha due seni piccoli
sotto la maglietta di ragazzina –
niente borsa, zainetto
solo un telefonino in una mano
e uno sguardo che vaga
senza guardare nessuno –
mi ricorda la Schneider di Ultimo Tango –
quanto sei bella
vorrei
dirle –
lei non se ne cura
la sua è la bellezza più luminosa
quella inconsapevole di sè –
poi scende dall’autobus
vorrei andarle dietro
fermarla
parlarle
chederle -per scriverla-
di raccontarmi la sua storia

Solo libri belli

Leggo. È come una malattia. (Agota Kristof)

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L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

eleonorabagarotti

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